Storia di Caterina a Milano 9.5.2014

Incontro: L’amore tra donne nella storia, presso la Casa della Cultura, via Borgogna 3, Milano (San Babila), 9 maggio ore 18, con Marzio Barbagli, Daniela Danna, Marina Terragni
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In “Storia di Caterina” (Il Mulino 2014) Marzio Barbagli ricostruisce la storia di Caterina Vizzani, una donna che all’inizio del Settecento, spinta dalla sua passione verso le donne, decide di “passare” per un uomo. Incontrò una tragica morte durante una fuga d’amore con una ragazza, e poco prima di morire “Giovanni Bordone” confidò di essere in realtà una donna. La storia, narrata prima da Giovanni Bianchi, medico enciclopedico suo contemporaneo che si interessò del suo caso, getta una rara fonte di luce sull’amore tra donne nel passato: come si pensavano le donne che concepivano desiderio e amore per un’altra donna? Come venivano considerate dalla società, dalla scienza, dalla religione, attraverso i secoli?
In questo incontro Marzio Barbagli presenterà il suo lavoro di ricostruzione storica, in dialogo con Daniela Danna, autrice di “Amiche, compagne, amanti. Storia dell’amore tra donne” (Mondadori 1994) e Marina Terragni, giornalista e saggista.

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Cercando fiori a Islamabad, Milano 4.5.2014

Circolo Arci La Scighera, via Candiani 131, Milano (Bovisa)

Domenica, 4 Maggio, 2014 – 21:00

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Nicola Lucini, regista,  presenterà il suo documentario “Looking for Flowers in Islamabad” (Pakistan 2013), interverranno  Elisa Giunchi, studiosa di Pakistan dell’Università degli Studi di Milano e autrice del libro “Pakistan. Islam, potere e democratizzazione” e di Arifa Ashmi,femminista pachistana . Introduce Daniela Danna

Il film documenta un viaggio in Pakistan intrapreso da Lucini nell’aprile del 2013, insieme a  Simona Seravesi, antropologa, e Antonella Bertolotti, psichiatra e fondatrice della ONLUS Intermed. L’idea nasce dalla volontà di Simona di tornare nel paese dove ha vissuto per circa due anni lavorando presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il legame con il paese è forte, così come con le numerose persone incontrate. I tre amici vanno alla ricerca dei “preziosi fiori” di Islamabad, donne e situazioni che documentano “un altro Pakistan”. Il viaggio è costellato dagli incontri con queste donne attiviste, famose nel paese, da anni impegnate nella lotta per i diritti umani. La loro vita è spesso a rischio ma grazie al loro impegno costante sono riuscite a portare avanti dei cambiamenti nel paese in vari settori: dal sostegno all’educazione delle bambine in zone molto conservatrici, alla sensibilizzazione nazionale su tradizioni come i matrimoni precoci o di compensazione e anche all’approvazione di leggi che salvaguardano maggiormente le donne. L’incontro con la comunità Transgender (TG) svela un lato del paese poco conosciuto laddove una terza identità,quella dei TG è stata da poco riconosciuta. Looking for flowers in Islamabad si rivela così un percorso in una città in cui la maggior parte delle persone sogna di vivere in un “paese normale”.

Ingresso libero con tessera Arci

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Matrimoni forzati e strategie di intervento

Giovedi 20 marzo alle 16.30, aula M103, via Santa Sofia 9, Università degli Studi di Milano

In qmf santa sofiauesto incontro parleremo della questione, legata all’obbligo all’eterosessualità, dei matrimoni forzati. Si tratta di qualcosa che appartiene anche alla nostra storia recente italiana (vedi il rifiuto di Franca Viola negli anni 60), ma che oggi principalmente nel nostro paese riguarda i giovani nati o cresciuti in Italia da famiglie di varia provenienza geografica, in particolare del sud-est asiatico e dell’Africa. In questi luoghi è un compito preciso dei genitori, riconosciuto dai figli, occuparsi del loro matrimonio. Anche nei luoghi di origine, e forse più facilmente in terra di emigrazione, i giovani spesso contestano le scelte dei genitori, sia riguardo alla persona proposta che alla tempistica del matrimonio, che all’obbligo di creare una coppia eterosessuale, se il proprio orientamento è invece omosessuale. Parleremo quindi di che cosa sono i matrimoni combinati, come rischiano di trasformarsi in matrimoni forzati, e delle metodologie di intervento elaborate in Italia e in altri paesi. I relatori saranno Daniela Danna, ricercatrice in sociologia, e Francesca Paltenghi, avvocata presso Unhchr e componente della commissione territoriale di Milano per il riconoscimento della protezione internazionale. Organizza il collettivo Gay Statale.

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Report on prostitution laws in the European Union

di Daniela Danna

Mi scuso per l’inglese ma il rapporto è in questa lingua. La traduzione è in corso.

DOWNLOAD THE REPORT IN PDF: EU prostitution laws

DOWNLOAD THE REPORT IN WORD: EU prostitution laws

bibliography: report bibliography

This is my work on EU member states’ laws on prostitution (the PDF version is for better printing because of its numerous tables). It should have been the first part of a report for the EU Commission that I was coordinating, compiling it with the help of other experts, but I was forced to retreat from the project because my work has been rendered impossible by the abolitionist stance of the Gender Equality division officers to whom I had to deliver the report. Their fanaticism (personally experienced during the only meeting we had in Brussel in late June – after lots of hostile and unreasonable comments on my written work) was deaf to all empirical research demonstrating that prostitution acts do not necessarily amount to violence against women, and that sex work is different from trafficking. What I was to understand is that my role should be simply to give them reasons to justify the extension of the criminalization of clients to the whole EU. (I don’t know how they got this power over a document that was commissioned and should be presented to the EU Commission.) This is contrary to our national Sociological Association’s ethical chart, that prohibits us from being influenced in drawing our research conclusion by requests from committers – and I totally agree with this article. The coordination role was given to Liz Kelly and Madeleine Coy.

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La violenza infanga solo chi la fa: coming out day

di Sophie Brunodet

piccolo_logo comingIn occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, indetta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999 – ma recepita e celebrata in Italia solo a partire dal 2005 per iniziativa di centri antiviolenza e di case delle donne, e solamente negli ultimi anni accolta e onorata più trasversalmente da differenti realtà sociali e dalle istituzioni – qualche giorno fa, nel cuore di Torino, si è ascoltata la voce di donne che hanno subito violenza. Il Centro studi e documentazione pensiero femminile e la redazione di XXD rivista di varia donnità hanno portato in piazza Castello sabato 23 novembre 2013 un’iniziativa molto forte e significativa, che è stata accolta e rilanciata da diverse associazioni, cooperative, coordinamenti, con l’obiettivo di poter ripetere ed estendere l’esperienza in futuro, in varie città d’Italia.

Mi racconto perché non voglio essere raccontata”

“Nessuna colpa, nessuna vergogna” è il grido di battaglia dell’iniziativa che si oppone ai cliché tradizionali che fanno della donna una pura vittima impotente, nonché sempre in una certa misura corresponsabile della violenza subita, e della vittima una persona priva di forza e di voce. Dimostrando grande carica e coraggio, le donne presenti in piazza hanno fatto un importante passo verso la rottura della spirale del silenzio che troppo spesso e per lo più avvolge i casi di violenza e frantuma la voce di chi l’ha subita per la paura di ritorsioni, certo, ma anche per la vergogna di rendere pubblico qualcosa di intimo e di sconveniente, per il quale spesso si viene giudicate complici, responsabili e sporche. Se il coming out – la pratica di affermare pubblicamente verità private e scomode per chi le asserisce, ma anche per la società che le riceve – è una prassi politica già utilizzata nella lotta per il riconoscimento del diritto d’aborto negli anni Settanta e nelle battaglie contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale ogni giorno, sabato tale strategia è stata portata in piazza da donne più o meno giovani che hanno subito violenza nella loro vita, contrastando l’idea secondo la quale affermare ciò che si è subito sia pernicioso per la dignità della vittima; riconoscendo il legame di complicità esistente tra “silenzio”, “vergogna” e “violenza”; asserendo tutte assieme e a gran voce che “siamo sopravvissute” e “non tocca a noi vergognarci”.

L’85 percento delle violenze subite dalle donne avviene all’interno di rapporti sentimentali

In Italia dal primo gennaio al 25 novembre 2013 sono state uccise 128 donne tra i 15 e i 90 anni, denuncia il Telefono rosa. Secondo la ricerca Istat del 2006 denominata “La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia” ogni tre giorni in Italia un uomo uccide una donna; ogni sette minuti un uomo stupra o tenta di stuprare una donna; le donne che nel nostro paese subiscono violenza sono più di sei milioni. E se in generale il numero di uccisioni di uomini da parte di uomini è in diminuzione, è costante quello delle donne da parte di uomini ed è in aumento il numero di violenze e morti che avvengono nel contesto di relazioni affettive. Ancora, secondo l’ultimo rapporto presentato dall’Oms, dal nome “Stime globali e regionali della violenza contro donne” nell’arco della vita ben sette donne su dieci nel mondo subiscono violenza, spesso in paesi che non considerano questo un reato, e un quarto delle donne europee subiscono una violenza fisica o sessuale dal proprio partner.

Di fronte a cifre come queste non si può rimanere in silenzio né si può evitare di parlare di “femminicidio” e di violenza di genere, quotidiana e diffusa più di quanto il perbenismo faccia riconoscere. Infatti, non si tratta di singoli casi isolati né di fatti riconducibili a un ambiente, una religione, una cultura, una nazionalità precisi. Quello di cui si sta parlando è la più diffusa forma di violenza al mondo, perpetrata ai danni delle donne in quanto donne, da uomini che solo in alcuni casi sono pazzi, malati, delinquenti che si ha avuto la sfortunata coincidenza di incontrare. La maggior parte delle volte, in realtà, gli uomini violenti e assassini sono padri, mariti, fratelli, cugini, conoscenti che vivono o frequentano le nostre case. Quel focolare domestico così assiduamente decantato nel nostro paese tanto dalla morale pubblica quanto dai media e dalla politica, risulta essere, in realtà, il teatro di osceni delitti, psicologici e fisici, contro le donne. Scelleratezze di cui vittime sono le donne, ma che non è, e non si può continuare a ritenerlo tale, un problema di genere. È una vergogna – questa sì che lo è! – che riguarda tutti: tanto gli uomini quanto le donne devono aprire gli occhi e farsi carico delle proprie responsabilità nel perpetrare modelli di comportamente e aspettative sociali sessiste, maschiliste, violente.

Stai più attenta la prossima volta”

La violenza contro le donne non è né una rarità né un problema di ordine pubblico, bensì è un fatto culturale, trasversale alla società e fortemente radicato nella famiglia, uno dei luoghi principali attraverso cui passa la socializzazione primaria, ovvero in cui si trasmettono e si fissano modalità di comportamento, scale di valori, usi e consuetudini ispirate dall’ambiente sociale esterno. Si pensi alla assuefazione generale rispetto alla mercificazione di corpi nudi femminili fatta da parte dei media; all’inerzia con cui si accettano i motti di spirito volgari con oggetto le donne fatte da politici, uomini dello spettacolo, baristi o vicini di casa, piuttosto che le frasi del tipo “non sta bene fare così per una ragazza” oppure “sei sicura che sia il caso di uscire da sola” o ancora “beh, con quella gonna lì però…”. È parte naturale del lavoro di una cameriera essere baccagliata, e magari anche sfiorata, mentre passa col vassoio; è normale per una donna ascoltare commenti osceni mentre passeggia o inforca la bicicletta; è scontato che una donna che voglia essere presa sul serio debba coprire il proprio corpo ed è comprensibile che il proprio compagno sia geloso dell’aspetto e degli atteggiamenti della sua compagna, invitandola alla moderazione per difendere il proprio onore e la propria virilità. Questi sono solo alcuni esempi di una rovinosa mentalità diffusa: condivisa e tramandata tanto da uomini quanto da donne, che fa delle donne facili bersagli di violenza in generale, ma sopratutto, tragicamente, nella propria cerchia famigliare.

La violenza è anche mischiata all’affetto: le sfumature sono tante”

Nonostante si abbia l’abitudine di pensare differentemente, nel mondo non esistono dicotomie nette che permettano di distinguere inequivocabilmente il bianco dal nero, il buono dal cattivo, la vittima dal carnefice. La sua realtà, i fatti della vita e i suoi protagonisti son ben più complessi, variabili, e colmi di sfumature di quanto ogni dottrina, dogma, morale, politica o consuetudine voglia farci credere. Spesso la violenza non è una realtà a parte rispetto all’amore e il dito accusatorio non è indirizzabile inequivocabilmente contro qualcuno soltanto: in verità siamo tutti, donne e uomini, complici di un sistema di valori e modelli di comportamenti discriminatorio. Per questo, bisogna riconoscere quanto sia sbrigativo e semplicistico attribuire ruoli, definire una volta per tutte parti precise recitabili da chicchessia; quanto sia arrogante e sgarbato pretendere di poter capire e spiegare sempre e comunque eventi che sono personali, unici e irripetibili; quanto sia paternalistico esigere di dare risposte e protezioni a chi viene giudicato incapace di farlo anche da sé; quanto sia omertoso tacere fatti scomodi e ingombranti della vita di singole persone o di intere categorie.

Mi riprendo lo sguardo fiero di quando ero bambina”

Ebbene, la voce delle donne che sabato hanno preso parola in prima persona, davanti a un buon gruppo di uomini e donne, giovani e vecchi, interessati, curiosi e passanti, testimoniando le violenze da loro subite da parte di padri, cugini, cognati, datori di lavoro, insegnanti ecc. ha rappresentato un importante e forte momento di verità che ha sollevato, almeno per un momento, il pesante, polveroso e colpevole telo del silenzio steso sulla realtà della violenza di genere: come asserito dalle organizzatrici “ogni volta che unite e forti denunceremo in una piazza la nostra storia toglieremo forza ad ogni forma di violenza con la quale ci vogliono annientare”.

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Nessuna colpa, nessuna vergogna: impressioni e riflessioni dei giorni dopo il coming out

DAL PROSSIMO ANNO VOGLIAMO ESSERE IN TANTE PIAZZE D’ITALIA. Per aderire e organizzare insieme l’evento il prossimo anno scrivete a: info@pensierofemminile.org

Sono molti i commenti che si stanno accumulando sul sito del paese delle donne in risposta all’articolo delle donne di Medea Torino. Vorremmo considerare questo scambio un contributo al dialogo e alla riflessione sulle iniziative del 25 novembre, abbiamo invitato Medea Torino ad organizzare con noi questo momento e riteniamo importante allargarlo a tutte le associazioni e singole che vogliano partire da qui per pensare al prossimo anno

Vi invitiamo a commentare anche da qui

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nessuna colpa, nessuna vergogna!

sabato 23 novembre 2013, ore 15.30 piazza Castello, Torino

NESSUNA COLPA – “NESSUNA VERGOGNA! ”

il coming out delle donne che hanno subito violenza
(scarica e leggi il comunicato)

 Noi donne che abbiamo subito violenza spesso ci sentiamo in colpa e ci vergogniamo, diventando così vittime di una nuova, meschina e a volte peggiore violenza, che ci paralizza, ci rende inermi e nasconde la nostra forza. Anche quando è “finita” a volte continuiamo a sentire la vergogna della nostra esperienza ed è faticoso parlarne. Temiamo che dicendolo alle altre e agli altri verremo giudicate e saremo considerate delle perdenti, “sporche”, inadeguate. Come se parlarne danneggiasse la nostra dignità per colpa di chi senza alcun senso della dignità ha commesso contro di noi un crimine.

NON TOCCA A NOI VERGOGNARCI, tutto questo deve finire.

In questa giornata vogliamo dire a chi è causa del nostro silenzio e del nostro isolamento che non abbiamo più paura e non siamo sole.

Il 23 novembre saliamo sui palchi nelle piazze e scandendo forte insieme “nessuna colpa – nessuna vergogna” testimoniamo la nostra esperienza o con un solo gesto o con alcune parole o con una breve storia. Togliamogli la meschina e violenta arma della colpa, con orgoglio gridiamo che SIAMO SOPRAVVISSUTE ALLA VIOLENZA!

OGNI VOLTA CHE UNITE E FORTI DENUNCEREMO SUL PALCO DI UNA PIAZZA LA NOSTRA STORIA TOGLIEREMO FORZA AD OGNI FORMA DI VIOLENZA CON LA QUALE CI VOGLIONO ANNIENTARE.

La giornata è promossa da “Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile” di Torino e dalla redazione di “XXD, rivista di varia donnità”. Chi vuole portare la propria testimonianza e/o partecipare all’organizzazione della giornata può contattare il “Centro Studi Pensiero Femminile di Torino” scrivendo a info@pensierofemminile.org. Chi volesse organizzare l’evento in altre città può ugualmente aderire, ci coordineremo in una azione comune.

La prima riunione organizzativa, per decidere le modalità di svolgimento e le attività a supporto delle donne che saliranno sul palco è prevista nei primi quindici giorni di ottobre e verrà concordata con chi avrà aderito fino a quel momento.

L’INIZIATIVA È APERTA AD OGNI CONTRIBUTO ED HA BISOGNO DELLA FORZA DI TUTTE

Pubblicheremo sul blog di XXD, www.xxdonne.net, tutti i contributi che ci arriveranno e la lista delle associazioni, enti e persone che vorranno aderire alla manifestazione aggiornandola ogni quindici giorni fino alla data del coming out contro la violenza

 Note per associazioni e singole donne interessate all’iniziativa:

  • questo coming-out potrà avere per le donne che lo fanno un aspetto liberatorio e di promozione dell’autostima, ma questi possono essere considerati “effetti collaterali”. Il significato dell’iniziativa è spiccatamente politico e parte dalla consapevolezza che il silenzio è il più importante alleato della violenza contro le donne

  • fa parte della stessa consapevolezza (oggi riconosciuta anche a livello istituzionale – v. convenzione di Istanbul) riconoscere alla violenza un ruolo cruciale nel rapporto tra gli uomini e le donne e nell’assegnare a queste ultime un ruolo culturalmente subalterno e socialmente discriminato

  • l’invito al coming-out parla di “salire sui palchi”. È un’immagine che ci piace ma siamo coscienti della difficoltà logistica di allestire dei palchi: qualunque posizione di visibilità andrà benissimo. Sempre ai fini della visibilità sarà utile avere dei cartelloni con cui delimitare lo spazio e un impianto di amplificazione. Ad esempio un furgone che attiri l’attenzione con dei brani musicali da intervallare alle testimonianze

  • il senso politico del coming-out è portare il privato in pubblico. Dunque la diffusione mediatica dell’evento è molto importante

  • appunto in previsione della diffusione pubblica è ovvio che ben difficilmente si può pensare a testimonianze personali su situazioni di violenza in atto. Anzi queste sono da sconsigliare. Si può presumere invece che parlino donne che hanno superato positivamente la loro esperienza di violenza

  • le donne che vorranno e potranno offrire la loro testimonianza dovranno poter essere accolte da un gruppo di sostegno da predisporre e rendere visibile

  • andrà inoltre previsto un cordone protettivo. A Torino verranno chiamate a supportare l’iniziativa le compagne dei gruppi di autodifesa femminista, presenti anche in molte altre città italiane.

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Mettere al bando i gas CS

L’Osservatorio sulla Repressione ha pubblicato un libretto di denuncia dell’uso da parte delle forze dell’ordine in Italia e in altri paesi di gas proibiti dalla Convenzione di Ginevra in quanto armi chimiche dagli effetti devastanti. Sul sito dell’Osservatorio è possibile firmare per la loro messa al bando.

Qui o sul sito dell’Osservatorio puoi scaricare il documento informativo: Lacrimogeni come arma chimica di repressione di massa

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L’esperienza della prostituzione

Editrice XXD presenta l’opuscolo di Anna Giulia Ferrario

L’esperienza della prostituzione

Scarica e leggi questa raccolta (ragionata) di interviste su temi come le motivazioni ed aspettative rispetto alla migrazione, la partenza e il viaggio, la consapevolezza del lavoro di prostituta, l‘arrivo in Italia, i rapporti tra prostitute, con i clienti, con le forze dell’ordine, lo stigma sociale…

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Sex party per donne e trans a San Francisco

di Daniela Danna

 

Una volta al mese a San Francisco donne e trans vanno a un party speciale: si balla, ci si porta da bere, si mangiano le cupcakes preparati dalle organizzatrici, si chiacchiera, e se si vuole si va nelle camere da letto o nel “fungeon” per approcci BDSM. Donne e trans che vanno a feste con sesso per donne e trans – perché lo fanno? Come hanno cominciato? Ho fatto queste due semplici domande ad alcune ospiti e organizzatrici dell’appuntamento “Velvet” presso Mission Control nella primavera del 2013. Ascoltiamo semplicemente le loro risposte, voci della comunità queer “sex positive” della Bay Area.

(“Donne e trans” è un po’ riduttivo. Ecco la presentazione dal sito: VELVET is a sensuous, intimate, private party for fierce femmes, badass butches, bois, transmen, transwomen, genderqueer and intersex queers. Whether you are shy, exhibitionist, experienced or have never been to a party like this before, we want YOU!)

α

Qual è il motivo o i motivi per cui sei qui stasera?

Mi piace stare qui perché mi trovo a mio agio, e la festa è per donne e queer. È stata mia moglie, che viveva qui, a farmici venire. All’inizio mi sentivo intimidita, perché per molto tempo non mi identificavo come queer.

 

β

Mi piace poter offrire le mie competenze come persona esperta di computer. Conosco il posto molto bene, conosco la comunità molto bene. È un bello spazio sociale.

Qual è stato il motivo la prima volta che sei venuta a Velvet?

Entrare in contatto con un gruppo che, da dove io provengo, è molto ostracizzato. Vengo dal Midwest: BDSM, kink e GLBT sono molto ostracizzati, ed essere parte di una minoranza là e essere normale qua è molto, molto diverso. Qui è fantastico: ho trovato la mia gente! Ho iniziato a venire due anni fa. Abito con persone che lavorano a Mission Control: la prima volta, la mia coinquilina mi ha portato qui. Loro sono molto coinvolte in Mission Control, Bridge the Gap, e queste cose qua.

 

γ

Voglio incontrare nuove persone qui, nell’area di San Francisco. Mi sono trasferita qui di recente, tre mesi fa.

Qual è stato il motivo la prima volta che sei venuta a Velvet?

All’incirca lo stesso, questa è la mia seconda volta, in realtà. Mi diverto un sacco.

 

δ

Mi piace, mi diverto qui. Vengo spesso, dal 2011. È un posto carino, meglio di altri, a San Francisco. Qui è molto intimo e tranquillo ed è bello e accogliente, cioè il tipo di posto, l’atmosfera, la musica, l’intrattenimento.

Qual è stato il motivo la prima volta che sei venuta a Velvet?

Semplicemente per divertirmi. Volevo semplicemente uscire, era venerdì e volevo divertirmi piuttosto che stare a casa. Vengo sempre qui, spesso, mi piace il posto. Non ci sono altri posti come questo, qui, niente a Los Angeles. C’è solo un altro play party per donne a New York. Se vado a New York, voglio vedere com’è.

 

ε

Penso che la mia sia curiosità.

Mi piace pensarmi come una persona dalla mente molto aperta, una giovane donna queer abbastanza consapevole della propria sessualità, quindi penso che questo posto mi si addica proprio, perché è molto tollerante, molto aperto. Non è molto comune uno spazio così da dove vengo io e nemmeno nella mia esperienza attuale. Quindi, per me, si tratta semplicemente di allargare i miei orizzonti e mettermi alla prova in un nuovo ambiente.

Qual è stato il motivo la prima volta che sei venuta a Velvet?

È la prima volta. È proprio la prima volta che vengo in un posto di questo tipo; sono stata in un po’ di club di bondage e BDSM, ma è la mia prima volta qui.

 

ζ

Io ci lavoro. Mi sono impegnata a venire qui ogni mese, come volontaria. Vengo qui con mia moglie ogni mese, se possiamo, a meno che io non stia male. Noi siamo sistemate, compreremo una casa e avremo un bambino e tutta questa roba qua, e almeno una volta al mese usciamo, veniamo a Velvet a divertirci. Dato che mi sono impegnata a fare turni come volontaria, ci dobbiamo andare, così usciamo sempre almeno una volta al mese, per Velvet. Siamo sicurissime che accadrà, altrimenti mia moglie riempie completamente l’agenda per poi annullare tutti gli impegni e stare a casa a guardare la TV. Ed è grandioso, adoriamo stare a casa, ma non tutto il tempo. Sappiamo che almeno quest’unica cosa la facciamo.

Qual è stato il motivo la prima volta che sei venuta qui?

A Velvet o Mission Control? Perché Velvet è un party piuttosto recente. Vado a Mission Control da sei anni e faccio la volontaria perché mi piace, mi piace farlo e fornire sostegno. Ed ero davvero entusiasta all’idea di avere un party per donne e trans a Mission Control perché, la prima volta che sono venuta, non ce n’era stato uno da anni.

Mission Control ha cercato di includere i gruppi queer, e negli ultimi anni ha cercato di essere molto, molto aperto, fino ad avere davvero party per donne e trans e party per uomini gay. Quei party un paio d’anni fa non c’erano, non qui.

È una cosa nuova ed è davvero bello che ci siamo più persone queer in questo spazio, è davvero fantastico.

È un posto pansessuale, sì, ma è ancora soprattutto etero. C’era quest’unica coppia di uomini gay e io, per moltissimo tempo siamo stati gli unici queer fissi. Per la maggior parte, la gente che si identificava come queer era in una relazione eterosessuale e non voglio affatto sminuire il loro essere queer, solo che è l’ambiente è diverso… Non è solo “accettiamo queste cose”, ma “creiamo davvero uno spazio per queste cose e le generiamo”.

 

η

Il motivo per cui sono qui stanotte è la possibilità di organizzare un party dove le persone possano essere al sicuro e possano interagire con le altre e fare sesso senza doversi preoccupare del fatto di avere troppe persone conivolte nella loro “scena”. Sai, ci sono altri play party e la gente cerca di fare in modo di essere coinvolta in modo eccessivo. Qui le persone rispettano gli spazi altrui. Ecco perché mi piace essere qui e fare un bel party.

Non mi sono sentita così sicura come in questo posto, rispetto agli altri party di donne a cui sono stata nel passato (sempre non commerciali). Non hanno una serie di regole che per me ha un significato, come ci sono qui [per esempio, chiedere il permesso di toccare in qualunque modo una persona, cercare di essere presenti a se stesse, non prendere personalmente i rifiuti, non dover giustificare un rifiuto...]. Ci preoccupiamo che tutto sia consensuale, ed è quello che mi piace di questo posto.

Qual è stato il motivo la prima volta che sei venuta a Velvet?

La mia prima volta… In realtà ho iniziato a organizzare party 5 anni fa, ma all’inizio venivo qui perché avevo una relazione con un uomo e sentivo che il mio bisogno di stare con le donne non veniva soddisfatto, quindi non sapevo come iniziare un’attività sessuale con qualcuna con cui non avessi una relazione, così ho deciso di fare delle ricerche e ho trovato questo spazio che, in realtà, coincideva con quello che stavo studiando a scuola: volevo saperne di più sul poliamorismo e sulle relazioni aperte e così ho deciso di venire qui col mio partner e poi le cose sono andate avanti da sole. C’erano un sacco di eventi in questo spazio e sono stata invitata a un altro party dopo essere venuta al primo, ed è stato fantastico.

 

θ

Ho fondato io questo party, sono parte di Mission Control, l’organizzazione, da quando è cominciata, sono nel comitato direttivo. È un gruppo di nove persone. Durante una riunione si è detto: “Dobbiamo organizzare un party per donne, ma abbiamo bisogno di un’organizzatrice” e io subito: “Me ne occupo io!” perché anche quando vivevo a Seattle venivo a San Francisco a trovare gli amici del giro “sex positive”, ma anche a frequentare un evento chiamato Girl Pile, che era un sex party per donne e mi piaceva tantissimo. Così quando hanno detto “vogliamo fare un evento a Mission Control”, volevo che fosse il più possibile simile a Girl Pile, e Velvet ha un feeling molto simile, cosa che mi rende molto felice. Volevo che fosse il più vario possibile, e che tutte si sentissero a proprio agio, e che proponesse un sacco di cose diverse da fare, e penso che sia stato un grosso successo. Penso che alle persone piaccia molto, molte mi hanno detto che questo è il solo evento durante il quale si sentono a casa a Mission Control, quindi soddisfa davvero un bisogno della comunità di cui sono parte e sono davvero contenta di organizzarlo. Quando ho iniziato, facevo tutto da sola, ma adesso ci sono molte persone che lavorano con me: ho una co-organizzatrice che è anche la coordinatrice delle volontarie; abbiamo delle volontarie splendide, e Velvet ha iniziato davvero a decollare, ne sono molto contenta.

L’altro mese, al party c’era una donna di Amsterdam che ha detto: “Penserai che ad Amsterdam ci siano molti eventi come questo, ma ogni volta che iniziano, non durano”. E mi ha detto: “Questo è davvero fantastico”. È da più di due anniun che esiste questo party e sta diventando sempre più grande e bello. In larga parte si viene per passaparola. Non facciamo pubblicità, anche perché non vogliamo fare pubblicità al pubblico in generale, vogliamo che resti una cosa di amiche di amiche.

 

ι

Cioè, mi ha invitata un’amica. Ho un po’ paura della comunità kinky, ma sono una persona molto kinky, quindi mi trovo in una posizione strana. Sono troppo timida per superare la mia paura di consegnarmi a qualcun altro, quindi ho deciso di venire a vedere questo posto, vedere un po’ che succede.

 

κ

Sono qui stasera per divertirmi e rilassarmi e trovarmi in uno spazio sex positive dove si sente che non ci sono stereotipi e pregiudizi legati al corpo e siamo davvero libere di esprimerci come persone e come creature sessuali. Ci sono anche transessuali qui, è un’atmosfera molto accogliente.

Qual è stato il motivo la prima volta che sei venuta a Velvet?

In realtà, sono venuta per farci una performance perché una delle mie coinquiline organizza il party. È stato così fantastico, facevo la scema, stavo proprio bene…

Prima ballavo in un cinema, in città, mi manca molto quel posto, era aperto e sex positive, mi sono resa conto di quanto mi mancasse, nella mia vita.

 

λ

In realtà, sono venuto qui stasera perché ho avuto una giornata impegnativa. Mi piace molto l’atmosfera di questo party, è molto rilassante. Penso che sia molto tollerante e di larghe vedute, mi sento sicuro ad essere me stesso qui.

Qual è stato il motivo la prima volta che sei venuta a Velvet?

Per stare con ragazze e ragazzi fighi, sì, per incontrare più gente in un ambiente sex positive che non fosse eteronormativo, perché sono stato ad altri eventi in questo locale e non sto dicendo che siano brutti, sono davvero, davvero, davvero divertenti. Mi sembra però che questo posto sia dominato da una presenza di uomini eterosessuali, come i tipi che ti puntano, e qui questo non c’è, è molto liberatorio e si rispettano i limiti delle persone. Mi piace, e mi piace la gente che incontro qua.

Mi ha invitato la mia amica, tipo “oh, dovresti venire con me!”, e io ho detto “ok, non ho niente da fare”, più o meno è tutto qui. In parte perché ho guardato il sito e ho letto più cose al riguardo e volevo vederlo, perché è un posto dove puoi essere aperto e sex positive su quasi tutto, mi piace proprio. Stasera ho messo i tacchi e non avevo mai fatto una cosa del genere in pubblico in tutta la mia vita ed è davvero figo farlo, è davvero magnifico, è la prima volta per me.

 

μ

Sono qui perché non ho trovato nessun party che sia dedicato specificamente a lesbiche e trans e in tutti i posti dove sono stata, come Power Exchange e Citadel… Citadel era una cricca, e Power Exchange era proprio sporco e sgradevole. E sono venuta qui la scorsa settimana e mi sono innamorata, quindi ora, che è la seconda volta, sto facendo la volontaria e continuerò a farlo, e per me sarà la mia cosa del primo venerdì del mese.

Qual è stato il motivo la prima volta che sei venuta a Velvet?

Cercavo amiche con i miei stessi interessi e un posto in cui sentirmi a mio agio, come a casa, ed è proprio andata così.

 

ν

Qual è il motivo o i motivi per cui sei qui stasera?

Ero annoiata a morte. In realtà non ero mai stata a un party dove ti chiedevano la carta d’identità…

È la mia prima volta.

 

ξ

Vado a un sacco di altri party e ho sempre voluto venire anche a questo, ma non ho mai trovato nessuno con cui andare: nessuna delle mie amiche voleva venire senza il suo stupido fidanzato. Alla fine, stasera avevo un appuntamento romantico per venire qui ma mi ha dato buca e ho incontrato qui, al bar a fianco, queste due adorabili signore, così è andata bene.

Non volevo essere quella stramba nell’angolo che fa “ciao…”.

Mi è sempre piaciuto Mission Control, ma se vieni durante le serate normali ci sono tipi aggressivi che vogliono rimorchiarti. Con le donne è più difficile, le donne non è che ci provano, ma qui si può fare. Ed è tutto molto più selettivo, tutte sono molto selettive, me compresa. Mi piacciono le femmes, mi piacciono le donne molto, molto femminili.

 

ο

Sono venuta a un sacco di eventi di Mission Control e questa è la mia prima volta a Velvet, non sono sicura di cosa sia, esattamente. Ero con un tiio incontrato online davvero tremendo, così ho chiamato la mia amica ed è venuta a prendermi e abbiamo provato a scappare dal tizio, che non voleva andarsene, così siamo venute in un posto per sole donne.

 

π

La prima volta che sono venuto, ero con degli amici bois, un gruppo chiamato Boisbois, di bois e butch a cui piacciono le altre bois e butch, e volevamo venire qui per una delle nostre uscite, così siamo usciti a cena prima, perché non tutti vogliono andare a un sex party. E poi siamo venuti con un gruppo di ragazzi, e stiamo semplicemente qua, con gli amici. Sono stato a un sacco di play party, ma erano BDSM, e poi a una serata di donne, sempre incentrata sul sesso.

Io sono trans, sono stata a The Arrows, che è un sex club per uomini gay a Castro: sono molto gentili, sono stato lì per le loro serate regolari, che sono trans friendly e per i private party dedicati a tutti i generi, che sono incentrati sul sesso, ma tutto il resto era incentrato sul kink.

Volevo provare qualcosa che fosse più incentrato sul sesso e l’organizzatrice di Velvet era con me in questo programma per formare persone competenti a informare sul sesso,ed è così che ho saputo di questo party per la prima volta. Ho esaurito la mia lista di cose da fare, avevamo bisogno di un evento, così abbiamo pensato a questo. Una delle mie colleghe è coinvolta nell’organizzazione di Velvet, e così ne stava parlando e io ho fatto: “Oh, dovrei andarci” e alla fine siamo venuti con la mia partner. A lei non piace andare nei bar o nei club, ma qui: “Oh, è divertente, andiamoci di nuovo”, così siamo venuti ogni mese, dalla prima volta: “Ehi, è tempo di fare le volontarie!”.

Mi piace che non ci sia nessuna pressione a consumare bevande. Ai parti BDSM sono sobrio, e quando vengo qui scelgo di bere o posso scegliere di non bere, e non è strano come in un bar, dove tutto quello che fai è bere. Mi piace che sia così.

Mi piace incontrare gente che non pensa che sei strana quando parli di sesso, perché io insegno educazione sessuale e il sesso mi piace.

 

Grazie a Freda Weitzer per l’aiuto nella revisione delle trascrizioni e a Veruska Sabucco per la traduzione.

 

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